La Scuola Montessori

di Varese

Free the child’s potential,
and you will transform him
into the world

Maria Montessori

Le Case dei Bambini dell’Umanitaria a Milano (1908 – 9)

Documento XLIX

A cura di Grazia Honegger Fresco

Una visita, alcuni anni fa…

Via Andrea Solari, a Milano, inizio secolo, nella zona che un tempo si chiamava di Porta Macello, oggi profondamente cambiata. Le case dell’Umanitaria, allora al n.54, sono al numero 40 di una lunga strada alberata: un vasto complesso che si distingue da altri, vicini e posteriori, per le finestre alte e strette, sottolineate da eleganti cornici liberty con gli angoli in maiolica, ora verde, ora gialla. Terrazzi con vasi fioriti ingentiliscono la severità delle costruzioni. Noto le persiane scorrevoli all’interno dei muri: tipiche di molti palazzi di primo Novecento, sottolineano una cura nei particolari che non si ritrova di frequente nell’edilizia popolare. Sul frontone d’ingresso si legge ancora la scritta, in parte sbiadita dal tempo: Primo quartiere popolare della Società Umanitaria – Fondazione P.M Loria.

Tutto il blocco è compreso tra via Stendhal, via Osvaldo Gnocchi Viani, via Moisé Loria e, appunto, via Solari [1]. Vale la pena di cercare le tracce di quanto è all’origine di un’avveniristica impresa edilizia che ospitò la prima Casa dei Bambini lombarda dopo quelle già celebri di Roma.

A destra dell’ingresso, si vede il bar-ristorante della Cooperativa Umanitaria.  “Sì, siamo ancora dell’Umanitaria –dice il barista– ma la scuola materna che era all’interno non c’è più: l’hanno spostata in via Bergognone, in zona 6…”. Oltrepasso il cancello: ovunque vasi con piante rigogliose e ben curate. Vialetti quieti – ormai i bambini sono a scuola e gli adulti al lavoro – separano i diversi isolati. Noto una piccola costruzione: sul muro esterno lapidi che ricordano operai morti nella prima guerra mondiale. Chiedo ancora della scuola a un signore anziano che esce da uno dei portoni: “Si, era lì, alla scala 15, dice sorridendo, c’è stata per tanti anni, ma ora l’hanno trasferita. Vada, vada a vedere, girando di là, il giardino c’è ancora”.

Nel piccolo giardino – un modesto spazio recintato - il fogliame autunnale nasconde in parte il prato erboso antistante la casa. Due scalette parallele di pochi gradini immettono direttamente di lì al piano rialzato dove si aprono le due porte-finestre. Le persiane sono chiuse. Entrambe le scale hanno sui due lati un mancorrente in ferro per facilitare ai bambini discesa e salita. Un tocco gentile che mi fa pensare ad Anna Maria Maccheroni. Tra le due scalette, contro il muro, la graziosa fontanina: la sovrastano due figure di animali a bassorilievo…

La prima Casa dei Bambini a Milano

È qui che nell’ottobre 1908 la Società Umanitaria inaugurò una prima Casa, (la seconda – alle Rottole, quartiere di P. Venezia – venne aperta nel settembre 1909). In un documento dell’epoca [2] che presenta le varie attività offerte agli abitanti del plesso si legge: “Case Operaie” di via A.Solari 54-n. 493 locali suddivisi in 68 appartamenti da tre camere, n. 232 da due, n. 57 da una. Bagni, docce, lavatoio. È annessa al quartiere [3] una sezione del Consorzio delle Biblioteche Popolari, della Università Popolare, dei Ricreatori Laici “Antonio Sciesa”, delle Scuole Preparatorie Operaie e una Casa dei Bambini. Questa raccoglie in ampio e apposito locale i bimbi degli inquilini del quartiere dai 3 ai 6 anni. Diverge dai soliti asili infantili per i suoi metodi educativi basati sulla scienza medico-pedagogica moderna, metodi che furono per la prima volta applicati dalla dottoressa M. Montessori a Roma e che giovano efficacemente al razionale sviluppo fisico, intellettuale e morale dei piccoli individui e concorrono a creare l’ambiente educativo delle famiglie a cui essi appartengono.

Il medico della Casa dei Bambini non ha soltanto il compito di assicurarsi delle condizioni igieniche dei locali e del perfetto stato di salute dei frequentatori dell’istituto, ma ha il mandato delicatissimo di assistere e coadiuvare la direttrice nell’opera educativa, nell’applicazione dei metodi scientifici, di vigilare sulla regolare crescenza dei piccoli, di consigliare il regime di vita più adatto a svolgere in ciascun individuo le migliori energie fisico-morali e intellettuali.

L’Umanitaria non si preoccupava solo di dare abitazioni dignitose e di offrire occasioni di letture, di studio, di tempo libero decoroso, ma anche di sperimentare le prime conduzioni democratiche nella Commissione di vigilanza del quartiere (vedi nota 3). Si legge infatti di seguito: Per il buon andamento delle Case Popolari, la Sezione I della Società Umanitaria è coadiuvata da una Commissione Consultiva composta:

  • a) cinque inquilini nominati dai capi di famiglia annualmente;
  • b) da un rappresentante del Consiglio del Lavoro della Società Umanitaria;
  • c) di un rappresentante dell’Unione Femminile;
  • d) di un rappresentante della Camera del Lavoro;
  • e) del medico comunale del quartiere;
  • f) di un rappresentante di altre Istituzioni interessate che ne facciano domanda, a giudizio del Consiglio dell’Umanitaria.

La Commissione avrà, oltre l’osservanza delle norme dirigenti, la funzione di aiutare gli inquilini negli eventuali casi di bisogno, presso gli Istituti benefici e guidarli nel promuovere opere di previdenza, istruzione, ecc.

Seguono i nomi dei componenti (Carlotta Monti Musazzi per l’Unione Femminile) e del Personale in luogo: primo quello della Direttrice [4] della Casa dei Bambini: Anna Maria Maccheroni.

L’impresa ebbe buon esito: fin dagli inizi le Case dei Bambini dell’Umanitaria furono assai affollate: in via Solari 1908-9: iscritti 80; freq. 70-75; nel 1915–16 nel plesso di viale Lombardia, iscritti 76, freq. 60; in via S.Barnaba, stessi anni, iscritti 70, freq. 63 e ancora…

Una maestra eccellente

Prima tra tutte le allieve della Montessori che, dopo i risultati di via dei Marsi a Roma, le affidò l’apertura della Casa a Milano, la Maccheroni fu ambasciatrice perfetta dei suoi insegnamenti, più tardi anche in Spagna, in Francia, in Gran Bretagna. La seguì fin dai primi corsi (estate del 1909 e poi nel 1910); da discreta pianista quale era, si dedicò in modo particolare all’attuazione della musica nelle Scuole Montessori, dapprima su base sensoriale per i piccoli con i campanelli, poi per i ragazzini delle elementari, affrontando via via tutti gli aspetti più affascinanti delle costruzioni musicali [5].

Nel suo volume Come conobbi Maria Montessori, Edizioni “Vita dell’Infanzia”, Roma 1956, (già uscito in Scozia nel ’47 con il titolo A true romance / Doctor Maria Montessori as I knew her), Maccheroni ricorda con significativi esempi i cambiamenti verificatisi molto presto nei “suoi” bambini. Scrive a p.40:

…Non avevo una classe, ma una vera Casa dei Bambini. L’ingresso. A sinistra la sala con i lavabi e il bagno. A destra la classe che comunicava con la stanza del pianoforte. Al giardino si accedeva direttamente dalla classe. Mi domandò la Dottoressa come avrei fissato l’orario. Come gli operai, dissi, dalle otto alle sei (…).

Ci dettero quattro alberi per avere un po’ di ombra in giardino. Gli uomini che li misero in terra mi avvertirono:“Non lasci andare i bambini in giardino per qualche giorno. Gli alberi non devono essere scossi. Morirebbero” Risposi: “Va bene”.

Avevamo in alcuni vasetti di vetro bulbi di giacinto in fiore. Si vedevano nell’acqua le radici. Con poche parole dissi che gli alberi hanno le radici. Le radici sono nella terra. Se si smuove l’albero, anche le radici vengono smosse e possono rompersi. Bisogna aspettare qualche giorno… Mi ascoltarono con interesse. Poi andarono in giardino. Correvano liberi e franchi. Io li guardavo stando sulla soglia dell’uscio. Nemmeno uno si accostò agli alberi. Erano quaranta bambini e il giardino non era certo grande, lo spazio per correre era poco. Sentii in cuor mio una viva commozione come se ogni bambino avesse dentro di sé un maestro assai più bravo di me…

L’Umanitaria ovvero la filantropia lungimirante

Il progetto dell’Umanitaria per dare alle famiglie operaie un alloggio decoroso e funzionale, con eguali diritti al vivere civile rispetto alle famiglie abbienti, faceva parte di un disegno ben più vasto, nato dalla mente di Prospero Moisè Loria.

Nato a Mantova nel 1814 da genitori israeliti, come si legge nell’opuscolo L’Umanitaria e la sua opera, (Scuola del libro, Milano 1906), insofferente per il diffuso clima antisemita della città, a trent’anni decise di spostarsi dapprima con un suo fratello a Trieste per dedicarsi al traffico del legname, poi da solo in Egitto, divenendo “l’esclusivo fornitore” del legname necessario alla costruzione delle ferrovie per il Viceré Mehemet-Alì.

Dopo vent’anni di lavoro a Il Cairo, divenuto ricchissimo, concluse il suo commercio e si stabilì a Milano. Tenace, sobrio e riservato, rigido di modi e solitario – a parte la moglie amatissima che morì prima di lui – seppe far crescere il suo patrimonio senza impegnarlo in beni immobili (un tempo severamente proibiti agli ebrei), ma, colpito dallo stato di miseria e dalla diffusa disoccupazione, cominciò a progettare una Casa di Lavoro per chi fosse “in cerca di un’occupazione regolare e stabile” e l’Ufficio di indicazioni “pei poveri bisognosi della beneficenza”. Con queste strutture pensava di “poter eliminare vagabondaggio e accattonaggio”. Aveva in mente varie riforme possibili: sui tributi, contro l’analfabetismo (vagheggiava l’istituzione di cassette in cui i lettori di giornali gettassero i propri dopo averli letti perché potessero prenderli coloro che non avevano soldi per comprarli!). Amava viaggiare ed è così che cominciò a constatare come altrove stessero già nascendo iniziative a favore dei diseredati: a Genova, ad esempio, con la Cassa benefica o a Firenze con la Casa di lavoro.

Cercò di diffondere le sue idee tramite opuscoli che non firmava e distribuiva gratuitamente e quando trovava istituzioni positive le sosteneva con aiuti in denaro, come ad esempio nel 1888 la Scuola professionale femminile a Roma, in omaggio al ricordo della moglie che l’aveva molto apprezzata. Altro aspetto che volle diffondere era la conoscenza del corpo umano tramite l’autopsia dei cadaveri e a tal fine sostenne finanziariamente l’istituzione di una sala apposita presso il cimitero di Milano.

Ma il suo sogno maggiore era una Casa di Lavoro in questa città: nel 1891 –dopo aver tentato inutilmente con i privati– offrì 5000 lire di rendita annua al municipio milanese perché la realizzasse, ma la proposta venne respinta per due volte successive. Questo lo spinse a redigere il 26 luglio 1892 un testamento in cui, a parte tre modesti legati per due parenti e un amico, lasciava l’intera sua sostanza (oltre 13 milioni, somma enorme all’epoca) a una costituenda Società Umanitaria impedendo qualsiasi reclamo da eventuali eredi e disponendo che la sua salma venisse portata nella sala di autopsia e quindi cremata.

Il 28 ottobre dello stesso anno Loria moriva all’improvviso per enfisema polmonare, ma ormai il suo sogno era bene impostato. La Società venne costituita entro un anno, come egli aveva prescritto nel testamento e fu l’avvocato Luigi Majno a redigerne lo statuto, interpretando con scrupolo le intenzioni di Loria.

La Società prende vita

Questi, che in vita non si era iscritto ad alcun partito (pare tuttavia che fosse di idee repubblicane) “volle che tutti potessero concorrere alla costituzione dei mezzi e al funzionamento della Società anche con la più modesta oblazione” e che “i soci concorressero non solo con i mezzi, ma anche con la volontà, l’intelligenza e l’attività…”, formulando così una struttura di elevata partecipazione democratica. Scopo della Società Umanitaria fu “di mettere i diseredati, senza distinzione, in condizione di rilevarsi da sé medesimi, procurando loro appoggio, lavoro e istruzione”. Nell’art. 3 dello statuto si precisa il compito di promuovere scuole d’arte e mestieri, industrie casalinghe e campestri, cooperative di produzione e di lavoro, allo scopo di migliorare le condizioni materiali e morali dei lavoratori sia della campagna che della città, “nell’intento di scemare l’immigrazione di disoccupati nella città”…Chiunque può farsi socio, “di qualunque sesso ed età” – basta pagare una sola volta £ 50 o una volta l’anno £. 1 – e concorrere alle elezioni del Consiglio.

Ci fu, come era da prevedersi, un lungo periodo di contestazioni da parte di taluni eredi (presunti), finché nel 1902 l’Umanitaria ripartì alla grande dapprima ad opera di Osvaldo Gnocchi Viani: mazziniano fervente, aveva contribuito fra l’altro alla fondazione del Partito dei lavoratori –poi partito socialista– e all’organizzazione sindacale delle prime Camere del Lavoro.

Alla sua azione seguì quella, non meno illuminata e concreta, di Augusto Osimo, che in vent’anni come Direttore generale della Società, seppe aprire nuove strade all’arricchimento culturale e professionale dei lavoratori con colonie agricole, laboratori per sarti e sarte, scuole di disegno e di plastica, scuole (serali) d’arte applicate all’industria, scuole per infermieri, tipografia editoria e scuola del libro, elettrotecnica, legislazione sociale, tessitura, lega contro l’alcolismo, assistenza legale per i poveri e per i lavoratori infortunati, assistenza agli emigranti con uffici corrispondenti in tutta Italia e all’estero, scuole professionali maschile e femminile, università delle arti decorative nella villa reale di Monza e, non ultimo, le Case Operaie con alcuni servizi centralizzati e le Case dei Bambini.

L’intero progetto superò per ampiezza, solidità e continuità, la proposta fatta a Roma - quartiere San Lorenzo - da Edoardo Talamo a Maria Montessori di riunire e intrattenere i piccoli dai 2 ai 6 anni, temuti come potenziali distruttori, al fine di salvaguardare gli edifici lì costruiti con il sostegno della Banca d’Italia. Fra l’altro nei laboratori di falegnameria dell’Umanitaria si costruivano i materiali sensoriali Montessori, di cui cresceva la richiesta con il diffondersi delle Case dei Bambini: lo attesta una lettera autografa della Montessori riportata nel volume citato alla nota 2.

Basta sfogliarlo per avere un’idea dell’ampiezza degli interventi dell’Umanitaria che avrebbero influito in vari modi sulla crescita economica e culturale della città. Di quei primi anni si trovano qua e là nomi illustri - Filippo Turati, Alessandrina Ravizza, Ada Negri… Interessanti dal punto di vista femminile – siamo nell’ottobre 1911 - i vari corsi “di educazione ed economia domestica”, per insegnanti “di lavori donneschi” (quasi da rimpiangere visto che oggi moltissime persone non sanno infilare un ago, né attaccare un bottone!). C’è persino un corso magistrale per Case dei Bambini tenuto dalla ticinese Teresa Bontempi, diplomatasi al primo corso Montessori, Città di Castello 1909. La sede di queste attività era sempre all’Umanitaria, via S.Barnaba 38.

Il rapporto tra la Società e Maria Montessori continuò almeno fino al 1926, l’anno di un grande Corso Magistrale da lei svolto in quella sede da febbraio ad agosto. La “Casa dei Bambini”, per le osservazioni degli allievi, era tenuta da Lola Condulmari, anche lei allieva del corso 1909. Tra i nuovi diplomati Giuliana Sorge, che tanta parte avrebbe poi avuto nel movimento Montessori.

Durante il ventennio fascista, com’era ovvio, l’attività di una così illuminata e democratica istituzione a favore dei meno abbienti, venne bloccata in quasi tutti i suoi settori con devastazioni dei laboratori anche delle sedi dislocate.

La rinascita nel secondo dopoguerra

L’Umanitaria riapre il 25 aprile 1945 con Ludovico D’Aragona presidente e Riccardo Bauer, vicepresidente. Tra le sette donne elette sugli oltre 60 tra Consiglieri e Delegati, c’è la milanese Sofia Garzanti che diverrà amica della Montessori - appena rientrata dall’India dopo la guerra - ne diffonderà i libri e aprirà la bella scuola in via Milazzo, ancora oggi attiva.

Dopo gli anni della guerra e la distruzione dovuta ai bombardamenti la Società Umanitaria rinacque grazie alle energie di un Presidente come Ricardo Bauer, aprì di nuovo i suoi battenti a esperienze sempre nuove come ad esempio la scuola per gli orafi o l’ampliamento delle esperienze grafiche con grandi esperti come Albe Steiner, Enzo Mari o Max Huber sempre con il passaggio di esperienze ai più giovani nei tanti corsi professionali. Tra gli anni Sessanta e Settanta aprì le porte anche a una vivace scuola media con aspetti sperimentali interessanti guidata da Gastone Tassinari, non più alle scuole dei piccoli essendo ormai cambiato il panorama delle istituzioni per l’infanzia. Del suo monumentale archivio/biblioteca e delle attività che tuttora vengono realizzate presso la sede di via Daverio 7, tel. 02/5796831 si trovano ampie notizie su Internet nel suo sito specifico, cui rimandiamo i nostri lettori, interessati a conoscere gli sviluppi e l’ampiezza dell’azione illuminata e senza fini di lucro su una città come Milano e fuori di essa del lascito di Prospero Moisé Loria.

Dal Quaderno Montessori n. 94 p. 49-64


[1] Stendhal, scrittore francese, 1783-1842; Viani, sociologo, 1837-1923(?); Lorìa, filantropo, fondatore dell’Umanitaria, 1814-1892; Solari, pittore milanese, 1473-1524.

[2] La Società Umanitaria/Fondazione M. Loria Milano 1893/1963, stampato dalla stessa Società, p.27.

[3] Inteso qui come plesso con i vari casamenti.

[4] “Direttrice” era il nome dato in principio alle maestre montessoriane, nel senso di educatrici in grado di dirigere positivamente le energie dei bambini, ma cadde presto in disuso quando la stessa Montessori, nel corso delle sue osservazioni, mise maggiormente in rilievo le capacità autoformative dei bambini.

[5] La sua opera completa, scritta a mano in numerosi album, è stata consegnata dagli eredi di Vittoria Fresco (che fu allieva di Maccheroni per molti anni) all’Archivio della Scuola di Musica “Sylvestro Ganassi” di Roma.

Ritorna all’indice